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Quando si pensa allo Shiitake (Lentinula edodes), il primo pensiero va quasi sempre alla cucina: il suo sapore umami intenso lo rende un ingrediente amatissimo nella tradizione culinaria asiatica e, ormai, anche in quella occidentale. Meno nota, invece, è la sua storia come rimedio medicinale, e ancora meno conosciuto è un filone di ricerca recente che lo indica come possibile alleato della salute di denti e gengive.
In questo articolo ripercorriamo l’uso tradizionale dello Shiitake e analizziamo che cosa dice davvero la scienza sulle sue proprietà per il cavo orale.
Lo Shiitake è un fungo originario dell’Asia orientale e viene coltivato da secoli in Cina e Giappone.
Le prime testimonianze documentate della sua coltivazione risalgono alla dinastia Song cinese, tra il X e il XII secolo, quando i coltivatori impararono a farlo crescere su tronchi di legno duro. Da lì la tecnica si diffuse in Giappone, dove il fungo prese il nome che conosciamo oggi, composto dalle parole “shii” (l’albero su cui cresce) e “take” (fungo).
Nella medicina tradizionale cinese lo Shiitake è classificato tra i tonici del Qi: si riteneva rinforzasse la milza e lo stomaco, sostenesse le difese dell’organismo e contrastasse l’invecchiamento, tanto da guadagnarsi soprannomi come “elisir di lunga vita”.
Durante la dinastia Ming veniva inoltre impiegato per problemi respiratori, epatici e intestinali.
È da questo uso tradizionale come tonico generale, più che da un impiego specifico odontoiatrico, che nasce l’interesse della ricerca moderna verso i suoi composti bioattivi, in primis il lentinano, un beta-glucano estratto dal corpo fruttifero del fungo a cui sono attribuite proprietà immunostimolanti e antimicrobiche.

Negli ultimi quindici anni diversi gruppi di ricerca, soprattutto in Europa, hanno iniziato a testare gli estratti di Shiitake direttamente sui batteri responsabili di placca, gengivite e parodontite.
I risultati, pur riguardando principalmente studi di laboratorio, sono molto interessanti.
Uno studio dell’UCL Eastman Dental Institute di Londra ha confrontato l’estratto di shiitake con la clorexidina, il principio attivo dei più diffusi collutori antigengivite, utilizzando un modello di “bocca artificiale” (un fermentatore a biofilm a profondità costante) capace di riprodurre le condizioni della placca dentale.
Attraverso l’analisi genetica delle specie batteriche presenti, i ricercatori hanno osservato che l’estratto di shiitake riduceva il numero di alcuni taxa batterici patogeni senza intaccare i batteri associati a una bocca sana, a differenza della clorexidina, che agisce in modo indiscriminato su tutta la comunità microbica
. È un dato rilevante perché uno dei limiti noti della clorexidina è proprio la sua scarsa selettività, che può alterare l’equilibrio del microbiota orale nel lungo periodo.
Un secondo filone di ricerca si è concentrato sui batteri patogeni più direttamente coinvolti nella malattia parodontale, come Porphyromonas gingivalis, Prevotella intermedia, Fusobacterium nucleatum e Aggregatibacter actinomycetemcomitans.
Uno studio ha misurato la concentrazione minima inibente e la curva di uccisione batterica di un doppio estratto acquoso ed etanolico di Shiitake, riscontrando un effetto antibatterico marcato già a una concentrazione di 3,12 μg/ml, con assenza di crescita batterica dopo due ore di coltura.
Un altro lavoro, condotto con l’olio essenziale del fungo, ha confermato un effetto inibitorio e distruttivo significativo sui biofilm di P. gingivalis, oltre a un’azione antibatterica su S. mutans e su colture batteriche miste, mentre non si è osservato alcun effetto su F. nucleatum, segno che l’azione dello Shiitake è selettiva e non generica.
Alcune rassegne scientifiche riportano che i composti a basso peso molecolare estratti dallo Shiitake sarebbero in grado di inibire la demineralizzazione della dentina causata dai batteri cariogeni, favorendo al tempo stesso uno spostamento del microbiota verso specie associate alla salute orale.
A questo si aggiunge un’azione antinfiammatoria sulle citochine pro-infiammatorie, coerente con un possibile ruolo di supporto nella prevenzione della gengivite.
Va infine ricordato un effetto più generale ma comunque rilevante per la bocca: uno studio di intervento su adulti sani ha mostrato che il consumo quotidiano di shiitake per quattro settimane aumentava la proliferazione dei linfociti γδ-T e delle cellule NK-T, con effetti anche sui marcatori dell’immunità delle mucose, tra cui l’immunoglobulina A salivare — un parametro legato proprio alle difese naturali del cavo orale.
Anche se si tratta solo di ricerche in laboratorio in vitro o su modelli sperimentali, è possibile concludere che lo Shiitake mostra dei potenziali interessanti per la salute del cavo orale e in particolare per migliorare lo stato delle mucose, delle gengive e nella prevenzione e lotta alla carie.
Questo non significa che mangiare, o assumere integratori a base di Shiitake sostituisca lo spazzolino, il filo interdentale o le visite dal dentista.
Ma la sua integrazione è una scelta sensata per contribuire a migliorare la salute e l’igiene orale.
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Lo Shiitake è un fungo commestibile originario della Cina, del Giappone e di molti altri paesi dell'Asia orientale. Da sempre utilizzato in cucina nella tradizione popolare cinese, per via delle sue proprietà.
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